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Catechesi

Autore: Padre Costanzo Cargnoni
Pubblicato in data 06/06/2011
Tutti i diritti riservati.

Le medaglie del Beato Innocenzo da Berzo

L'iconografia devota del Beato Innocenzo, apparse nell'arco di tempo di oltre sessant'anni dalla sua morte.

         La conoscenza di un santo richiede una particolare sintonia col divino che opera in lui. Ma Dio è nel segreto. Per questo il santo ama il nascondimento, il silenzio, il raccoglimento, l’interiorità, l’orazione segreta e interiore, l’esempio e la fedeltà, l’amore fattivo e concreto ma senza pubblicità e spettacolo. Così Innocenzo da Berzo, che ha fatto della sua breve vita (46 anni) un inno al silenzio, al nascondimento, alla solitudine, alla preghiera, alla penitenza, tutto per non apparire, per cadere nell’oblio. Invece è avvenuto il contrario. Più l’umile fraticello si nascondeva, più era “visto” e cercato; più velava sotto il sorriso le sue dure penitenze e sofferenze, più diventava per la gente un richiamo di Dio; più pregava furtivamente negli angoli nascosti della notte, più appariva riposato e luminoso di giorno, tanto da attirare le speranze dei poveri e la fiducia dei miseri.

 La sua vita è stata una lotta tra queste due attrattive: l’attrattiva del Dio nascosto e l’attrattiva della gente che in lui trovava Dio presente, una trasparenza di Dio.

 Sospinti da questa ondata popolare i primi agiografi hanno cercato di rivelare qualcosa di questo piccolo frate, “fratasì de Bers”. Ma è così umile che, mentre ti sembra di averlo svelato, lui si nasconde in un più fitto segreto e non lascia trapelare nulla di nuovo. Solo un sorriso interiore e un silenzio esteriore. Parlare di uno che ha sempre taciuto, che parlava poco come fosse un ignorante (era invece profondamente dotto), e che non riusciva neanche a scrivere una riga sugli Annali francescani, la prestigiosa rivista del Terz’Ordine Francescano di Lombardia, perché, incaricato di collaborare come redattore, la penna gli restava muta tra le mani e il cuore era succhiato da Dio, insomma parlare di lui non è facile. Si rischia di ripetere sempre le stesse cose e di restare in superficie. Eppure la gente semplice ha colto il messaggio, ha animato una delicata devozione, ha percepito nel cuore le sue parole di silenzio orante, ha capito la sua potenza di intercessione, la sua sintonia e sensibilità con i problemi quotidiani di fatica, di lavoro, di sofferenza e di angoscia, di tribolazioni nelle famiglie, di amore e predilezione verso i bimbi, di pace e serenità nella mente e nel cuore.

 

L’unica immagine del Beato, che ripete quasi stucchevolmente in mille maniere la sola autentica fotografia rimasta di lui, sintetizza questa attrazione.

 Egli appare quasi diafano, trasparente, con un volto quasi di fanciullo, delicatamente sorridente e illuminato, reclinato un po’ a destra (o a sinistra di chi guarda) in atto di disarmante abiezione e umiltà, con le mani una sopra l’altra riunite davanti, quasi a stringere sul petto qualcosa di prezioso, di misterioso, certamente il suo Dio nascosto nel suo cuore, di cui era diventato dimora permanente, come un tabernacolo fatto di carne. 

Questa fotografia, l’unica rimasta, scattata probabilmente, dicono, a Boario nel 1886, quando egli si fermò alcuni giorni alle terme, ospite dei fratelli Marinoni, è diventata come un’icona della sua santità. È impossibile rappresentarlo diversamente. È come un fiore che reclina la sua corolla profumata, quasi per difendere un tesoro nascosto, per non perdere il suo profumo e quel profumo è Cristo in lui, speranza della gloria.

Questa immagine si è diffusa subito, moltiplicata dalle stampe locali, dalle immaginette di devozione e dalle medaglie. È interessante, in particolare, la varietà delle medaglie subito punzonate poco tempo dopo la morte avvenuta nel convento di Bergamo e rinnovate in modo più inventivo e vario lungo il tragitto del processo informativo e apostolico, fino alla beatificazione proclamata a Roma dal Beato Giovanni XXIII il 21 novembre 1961.

Una semplice, ma curiosa raccolta di queste medaglie è stata ultimamente inventariata nel Museo Francescano di Roma durante un lavoro di classificazione di svariato materiale non ancora catalogato. Penso che un elenco commentato di queste medaglie potrà rappresentare un modulo iconografico interessante, come pure un modo tradizionale, ma pure originale e popolare di diffondere la conoscenza e la devozione del nostro beato Innocenzo.

 Si può notare lo sviluppo dell’immagine sulle medaglie nei diversi tempi della causa di beatificazione, ossia nei primi tempi a partire dall’anno di morte, ossia dal 1890 fino al 1909, quando si sviluppò la devozione soprattutto tra il popolo della Val Camonica e del Bresciano- Bergamasco. Poi quando venne iniziata la causa ed era Servo di Dio, dal 1909 fino al 1943. In seguito quando vennero approvate le virtù in grado eroico e divenne Venerabile, dal 1943 al 1961. Infine le medaglie forgiate per la sua beatificazione nel 1961.

Le prime medaglie devozionali che risalgono ai primi anni dopo la morte qui nel Museo Francescano sono otto, escluse le copie.

Due medaglie, di alluminio dorato, rappresentano Innocenzo da Berzo ritratto in un paesaggio, dove appare in alto un ostensorio, a tre quarti di figura, leggermente rivolto verso sinistra e le mani tenute insieme sul petto. L’immagine, una di forma rotonda e l’altra ovale, è inserita in na cornice ornamentale di diversa grandezza con raggi e fiori e nella parte posteriore ha una spilla di sicurezza (n. 1-2).

Un altro esemplare, di metallo bianco argentato, rappresenta sul lato anteriore e lo nomina “P. Innocenzo da Berzo”sotto un arco, sempre a tre quarti di figura e nella stessa inconfondibile foggia, volto inchinato e mani insieme sul petto; mentre addietro riporta la mezza figura di S. Antonio di Padova, sulle nubi, rivolto verso sinistra, abbracciante teneramente il Bambino Gesù. Questa medaglia ha un appiccagnolo complanare con anello ed è di forma rettangolare (n. 3).


Due altre medaglie sono incise con Maria Immacolata sul retro, ritratta di fronte in piedi, mentre calpesta il serpente e con le mani raggianti estese. Davanti, sotto un arco, la solita immagine con la scritta “P. Innocenzo da Berzo” sottostante o nel giro. Una ha un appiccagnolo complanare con anello ed è di bronzo argentato rettangolare (n. 4).

La seconda, in tre copie appese ad un anulare dorato di diversa misura, è di forma rotonda e sempre di bronzo (n. 5).

C’è anche una medaglia di alluminio in due copie in forma di ovale modellato che dietro l’usuale figura del Beato, che riporta nell’arco superiore la scritta: “Padre Innocenzo da Berzo”, c’è incisa la Vergine a mezza figura, abbracciata dal Bambino Gesù con la scritta, nell’arco superiore, in un latino zoppicante: “Mater de bono consiglio” (n. 6).

 







Un’ultima tipologia di  queste medaglie, incise prima di iniziare i processi informativi, è  forse la più estrosa e curiosa. Su un anello doppio di filo d’argento sono saldate tre medagliette di forma ovale. Al centro il busto di Innocenzo da Berzo col solito volto inchinato e a destra e a sinistra due rose (n. 7).

Strana invece è una medaglia di forma rettangolare, che ha piuttosto l’aspetto di immaginetta, poiché è di carta e latta argentata di oltre 7 cm. di altezza. Innocenzo da Berzo vi è ritratto in un ovale a tre quarti di figura (n. 8).

 Sei sono le medaglie dopo il 1909, quando p. Isaia da Gerenzano era stato nominato vice postulatore da mons. Nardi, allora postulatore generale dell’Ordine. La loro misura varia da due e mezzo a quattro e mezzo cm. di altezza e da uno mezzo a tre e mezzo cm di larghezza. Riportano tutte la scritta “Servo di Dio P. Innocenzo da Berzo”, raffigurato sempre a tre quarti di figura nel solito atteggiamento devoto. C’è una spilla lunga d’argento alla quale è saldata la placca artisticamente modellata (n. 9).

 

 

         Tre altre medaglie, di alluminio, in forma rettangolare, con il solito appiccagnolo complanare con anello, riportano nel verso l’immagine di Maria Immacolata ritratta di fronte in piedi mentre calpesta il serpente sulla mezzaluna tra le nubi con le mani unite sul petto (n. 10),oppure attorniata da angioletti, le mani piegate sul petto (n. 11/1-2); una terza invece di forma rettangolare centinato e scantonato, è accompagnata, sul retro, dalla figura di san Francesco, tra due fiori, in meditazione, le braccia incrociate sul petto. L’incisore di questa medaglia stavolta è segnato col nome di Johnson Stefano (n. 12).

                       

  Di metallo bianco argentato invece è un’altra medaglia, fissata su un supporto di plastica verdognola, sciolto dalla base, con incisa l’immagine del Beato simile alla fotografia originale. Nel campo bordato da perline è scritto, nell’arco superiore: “Servo di Dio Padre Innocenzo da Berzo” (n. 13).

 Infine un’ultima medaglia d’argento, con campo pure bordato da perline, ha due anelli laterali che servono per fissarla su un supporto (n. 14).


Quando papa Pio XII il 21 marzo 1943 rilasciò il decreto che dichiarava esercitate in grado eroico le virtù di p. Innocenzo, il Servo di Dio acquistò il titolo di Venerabile.

Con questo titolo nel Museo Francescano si conservano quattro  medaglie. La prima èd’argento, rotonda, piccola di un cm., con un  appiccagnolo complanare con anello e il ritratto a  mezza figura e la scritta a destra di un ramo di palma (n. 15/1-2).


  

  Le restanti tre medaglie sono più grandi, di metallo argentato o bianco, col ritratto a tre quarti di figura. Una è di forma ovale, fissata  u un braccialetto fatto in modo da stringerlo intorno a un bastone da passeggio di circa 3 cm. di diametro (n. 16).







Un’altra, di forma ottagonale, ha un appiccagnolo complanare al quale è legato un portachiavi, e dietro si legge: “Ovunque proteggimi” (n. 17/1-2). 

           

L’interesse storico-artistico di queste ultime tre medaglie sta nel fatto che davanti alla figura del Ven. Innocenzo si legge la sigla dell’incisore: CD, ossia Colombo Damiano.

Le restanti medaglie sono state incise per la beatificazione del 1961, quando era vice postulatore p. Germano da Nadro. Sono, ovviamente, le più numerose, anche se assai ripetitive. In realtà sono   complessivamente sei, con diverse copie di esemplari, offerte dal vice postulatore al Museo Francescano in occasione della beatificazione. Esse sono raccolte insieme su un cartellino di supporto. Alcune sono di alluminio dorato o di metallo bianco argentato. Due sono d’argento a 800 carati, rotonde, una con l’immagine del Beato ritratto quasi frontalmente a mezza figura, che guarda lo spettatore nella solita posizione devota, con la scritta nel giro: “Beatus Innocentius a Bertio O.F.M. Capuccinorum”, e sotto la figura del frate si legge il Nome della ditta che ha inciso la medaglia: “Damiano Colombo & Figli”, e accanto al braccio sinistro: “F. Mina”. Nel campo invece è fissata la circostanza della beatificazione: “T (Tau) Ioanne XIII / Pont. Max. a. IV / pridie Idus Novembres / MCMLXI [1961]”. E nel giro: “Clemente Milw. Min. Generali - Bernardino Senensi Postulatore” (n. 18/1-2).

                                  

Nell’altra medaglia d’argento Innocenzo è ritratto a tre quarti di figura, e sul cartellino purpureo, sotto la placca con la figura del Beato, si trova una piccola teca d’argento con reliquia “ex ossibus” come testimonia un documento aggiunto (n. 19).

Di alluminio dorato sono due altre medaglie, incise dentro un cuore stellato o una conchiglia, ambedue apribili. A tre quarti di figura il b. Innocenzo è ritratto in un tondo e sul retro del coperchio c’è un’immaginetta stampata dell’Immacolata. Sul dorso del cuore risalta l’invocazione: “Ovunque proteggimi”. Ambedue hanno un appiccagnolo complanare con anello e spilla di sicurezza (n. 20-21).

      

Di metallo bianco è invece una medaglia in forma di croce trifogliata con Cristo riportato su legno e in basso una piccola teca con reliquia “ex indumentis” e l’immagine del b. Innocenzo in un tondo a tre quartidi figura. La croce ha il solito appiccagnolo complanare con anello (n. 22/1-2).

                                     

Reliquie “ex indumentis” sono anche due medaglie di metallo argentato, a forma rettangolare, con il Beato a mezza figura su un sostegno a volute nichelato o altro sostegno di plastica variamente ricamato (n. 23-24).

                              

Altre medaglie, ben quattro, di forma rotonda, con reliquia su metallo bianco o dorato, con il ritratto solito a tre quarti di figura, e con appiccagnolo complanare o trasversale con anello, sono nel retro come una piccola teca con un pezzetto di stoffa, incollata su fondo rosso, oppure di stoffa marrone e coperta da un vetrino (n. 25/1-2 - 28/1-2).

        

                                       

     

  Restano tre ultime medaglie, una di forma rotonda cruciforme, di metallo bianco argentato, con ritratto a mezza figura, mentre nella parte posteriore riporta in un tondo, al centro della croce, la Madonna, riprodotta frontalmente in piedi, le mani giunte, apparsa a Bernardetta che è in ginocchio a sinistra. Di questa medaglia nel Museo Francescano si conservano nove copie (n. 29).

                                 

Le altre due sono di metallo bianco, con ritratto a tre quarti di figura e sul retro nel centro di una croce l’apparizione della Vergine a Lourdes oppure Maria Assunta in piedi sulle nubi, incoronata di 12 stelle e circondata da angioletti, le mani incrociate sul petto, sempre col solito appiccagnolo complanare con anello (n. 30/1-2).

                                 

Per concludere questa carrellata di iconografia devota del Beato Innocenzo apparsa nell’arco di tempo di oltre sessant’anni dalla sua morte, si possono ricavare alcune immediate interpretazioni. La religiosità popolare ha voluto dapprima inserire il Beato nel suo paesaggio tradizionale fra raggi e fiori e col segno dell’ostensorio per  indicare la sua pietà eucaristica. Vi ha aggiunto, accanto, le amatissime immagini di S. Antonio da Padova col Bambino e di S. Francesco d’Assisi tra fiori in atteggiamento contemplativo per esprimere la candida semplicità e l’ardore contemplativo ed eroico del Beato, perfetto seguace di san Francesco. Inoltre l’ha collocato accanto alla Vergine Immacolata e Assunta, all’apparizione della Madonna a Lourdes e al titolo mariano di “Mater boni consilii” come sicura protezione, particolarmente nei viaggi (“ovunque proteggimi”). E poi la croce sulla quale appare il Beato, ai piedi, quasi come Maria Maddalena o come la Vergine Addolorata. Insomma tutte le espressioni della spiritualità e dell’esperienza del “Fratino di Berzo”, nascosto e attratto dall’Eucaristia, in un paesaggio di silenzio e di solitudine, innamorato di Maria Immacolata e Addolorata, proteso nella via dell’infanzia spirituale, imitatore eroico della povertà e umiltà e interiorità di Francesco d’Assisi, consigliere illuminato nel confessionale, asceta e penitente gioioso ed eroico, infiammato di carità nella via della croce per salvare le anime, sensibilissimo alle sofferenze dei poveri e tribolati, rimasto sino alla fine ai piedi della croce. Una interpretazione intuitiva, popolare, ma suggestiva, nei segni di una umile povera iconografia devota, amata e gustata dai cappuccini e dalla gente semplice.

 


Autore: Padre Costanzo Cargnoni
Pubblicato in data 06/06/2011
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Messaggio del Beato Innocenzo da Berzo all'uomo di oggi



Risuonano ancora dopo 45 anni le parole commosse del Sommo Pontefice Beato Giovanni XXIII pronunciate nella basilica Vaticana la sera del 12 novembre 1961, dopo la beatificazione di P. Innocenzo da Berzo, proclamata solennemente nelle ore del mattino.

Egli presentava il novello Beato così: “dopo la sua vita di seminarista, poi di Vicario Coadiutore a Cevo, di vice-rettore del Seminario di Brescia e poi a Berzo quando ancora era don Giovanni Scalvinoni - il suo vero nome di famiglia -; in seguito, divenuto Padre Innocenzo, nella sua cella di cappuccino perfetto nello spirito penitente, quel suo amabile atteggiamento esteriore di soave fermezza gli conferiva tanta dignità di santo, così ritenuto dal popolo, ma quasi in sussurro timido e commosso”. E intendeva sottolineare in lui “l’importanza della vita interiore nella formazione sacerdotale e religiosa”, proponendone l’esempio “alle anime spesso distratte dietro miraggi di esteriore successo”.

Mettendo poi a fuoco la sua caratteristica più bella, così la proponeva: “Nella sua vita il beato Innocenzo è stato in tutto di una semplicità incantevole: orientazione verso il fine prestabilito; prontezza a troncare gli ostacoli, che vi si opponevano; decisione ad abbracciare le virtù ad esso necessarie... Questa è la semplicità che la Grazia del Signore ci suggerisce di raccomandare ai nostri figli di tutto il mondo... Noi lo preghiamo affinché aiuti i suoi devoti a custodire nel cuore l’amabile spirito di semplicità che avvicina a Dio e sgombra l’animo da ogni disordine e complicazione”.

E concludeva indicandolo come “un santo moderno, anzitutto perché appartiene alla generazione nostra... e anche per l’ammonimento e l’attraimento alla vita di preghiera, di austerità, che egli continua a dare a questo nostro mondo contemporaneo e modernissimo, dove tanto impazziscono per il fascino e la seduzione dei piaceri, che preparano le delusioni e gli accoramenti degli anni estremi[1].

Questo “santo moderno” è un messaggio all’uomo di oggi, che è così complessato e complicato e pauroso del sacrificio e della sofferenza. Un messaggio ribadito anche da Paolo VI, quando era ancora cardinale a Milano, in un suo mirabile discorso, pronunciato il 26 novembre successivo, dove, tra le altre cose, dice: “È un santo schivo, ritroso, un santo che sfugge piuttosto che tendere a manifestarsi...Chi vuole davvero conoscerlo non ingrandi­sca altre virtù o altri aspetti, lo colga proprio nella sua genuina e direi voluta fisionomia che è questa del nascondimento, dell’umiltà... Innocenzo da Berzo si può paragonare alle più grandi figure dell’umanità sotto questo aspetto, e cioè della sua capacità religiosa, del cogliere il valore sacro di tutto: delle cose esteriori, della vita umana, degli avvenimenti e soprattutto della parola di Dio e della nostra vita spirituale[2].

Questa modernità della sua santità, ossia capacità di lanciare un messaggio di cui il mondo moderno ha estremo bisogno, viene splendidamente spiegata in un passo della recente enciclica di Benedetto XVI, Deus caritas est - Dio è amore (n. 40. 42), dove l’attuale Sommo Pontefice scrive: “I Santi sono i veri portatori di luce all’interno della storia, perché sono uomini e donne di fede, di speranza e di amore... Alla vita dei Santi non appartiene solo la loro biografia terrena, ma anche il loro vivere ed operare in Dio dopo la morte. Nei Santi diventa ovvio: chi va verso Dio non si allontana dagli uomini, ma si rende invece ad essi veramente vicino”.

La storia del Beato Innocenzo e il suo “vivere e operare in Dio dopo la morte” dimostrano la sua attualità. Egli ha allargato il suo fascino tra i devoti che si sono moltiplicati anche oltre la sua valle natia. Egli ci aiuta a ricuperare quei valori fondamentali di riferimento che la modernissima civiltà post-industriale, altamente secolariz­zata, postcristiana e multiculturale, come si usa dire oggi, ha smarrito ed eclissato.

Innanzitutto il Fratino di Berzo propone il ricupero dell’amore per il raccoglimento, per il silenzio, per la contemplazione che permettono di andare dentro l’intimo della coscienza e di riappropriarsi della propria identità. Un silenzio che è l’unica condizione per ascoltare le ragioni dell’io, per cogliere i messaggi degli altri e soprattutto per ascoltare e percepire la Parola di Dio. Nei suoi quaderni egli annotava: “La modesta taciturnità è una salda custodia della purità del cuore... La loquela di Dio e quella che Dio ascolta volentieri è loquela taciturna d’amore. Non vi è altro mezzo migliore per custodire lo spirito che patire, fare e tacere, e chiudere i sensi con l’esercizio e propensione ad una solitudine e dimenticanza totale di tutte le cose e successi di questa vita, benché tutto il mondo andasse sossopra. L’anima che ha attenzione a Dio, in un subito dall’interiore si sente mossa al silenzio ed alla fuga di qualsivoglia conversazione esteriore[3].

Un altro valore necessario alla vita moderna proposto dal Beato Innocenzo da Berzo è l’interiorità e la spiritualità in un’epoca di superficialità e di esteriorità. Cioè far compiere un viaggio spirituale dall’esterno verso l’interno, dove abita la verità, come dice s. Agostino, e dove si trova la pace. E R. Guardini, trattando della coscienza, spiega come tutta l’attività dell’uomo, le sensazioni, i pensieri, i sentimenti, gli atteggiamenti, gli affetti del cuore, i comportamenti devono trovare il perno nell’“io” interiore, nell’anima spirituale che a tutto dà vita: cioè in un’anima desta, tesa alla verità, ricca di amore, aperta a Dio[4]. Un pensiero intenso del Beato sulla conoscenza di se stessi spiega questa armonia spirituale: “Come l’osso che duole è quello che si trova fuori dal suo posto, e quando è tutto al suo posto il corpo si sente franco e quieto, cosí il disturbo della pace proviene dal non trovarsi bene con Dio o col prossimo o con noi stessi; ma quando tutti ci manteniamo al nostro posto, ed ognuno attende a far bene il suo dovere, allora ne seguita, qual frutto della quiete, la pace negli individui e nelle famiglie[5].

E ancora: “Se dobbiamo attendere anche alle faccende del corpo, non sia però mai in danno dell’anima, ma offriamo questi stessi nostri travagli e fatiche al Signore... Quegli che piú frequente solleverà il suo cuore a Dio, offrendo a Lui quanto fa, meriterà che anche il Signore piú allarghi la sua mano sopra di lui in grazie, accrescerà i suoi meriti e si meriterà benedizioni piú larghe anche sul corporale, imperocché è la benedizione che fa ricchi. Un solo passo fatto per amor di Dio val piú che non l’acquisto di una grande eredità, di un regno, imperocché tutto il temporale passerà, ma il merito di quel passo non passerà in eterno[6].

Un terzo valore di attualità proposto dalla vita di Innocenzo da Berzo è la religiosità e la preghiera. Il contatto con Dio che poi si apre ai fratelli, al mondo da evangelizzare e amare, è un valore primario per l’uomo d’oggi, per giungere alla consapevolezza della propria fragilità e cancellare l’illusione della propria potenza autosufficiente. Infatti dallo sguardo nello sguardo con Dio deriva l’atteggiamento di apertura di fronte alle creature e di fratellanza universale. Allora, come scrive nell’enciclica Benedetto XVI, “io vedo con gli occhi di Cristo e posso dare all’altro ben più che le cose ester­namente necessarie: posso donargli lo sguardo di amore di cui egli ha bisogno” (n. 18). La preghiera in Innocenzo da Berzo si colora del sangue di Cristo crocifisso e diventa un’immersione nei suoi dolori; si nutre del mistero eucaristico e da questo si lascia permeare, e risplende di un fortissimo e filiale sentimento d’amore verso Maria Vergine. Un teste durante i processi così deponeva: “Padre Innocenzo fu uomo di grande orazione: si può dire che la sua vita era un conti nuo pensierto di Diop; vederlo in preghiera sempre in ginocchio, colla testa abbassata al suolo, quasi direi assorto, era meglio di qualunque predica”[7]. Egli quindi lancia un messaggio di ripresa della via della croce e di una più profonda conoscenza del mistero di Cristo e della sua misericordia divina, insieme ad una partecipazione più viva e penetrante al sacramento dell’Altare. Sono questi i due motivi possenti del suo spirito, le due calamite con le quali vuol attirare nell’amore di Cristo crocifisso ed eucaristico tutte le anime. Qui si sprecano i passi del suo Diario e dei suoi scritti. Nei suoi propositi scriveva: “Ho conosciuto il bisogno di prostrarmi sotto la croce. Gesù è da tutti offeso nel mondo, tocca a me non lasciarlo solo nell’afflizione e tenergli buona compagnia[8].

E innamorato dell’Eucaristia aggiungeva: “L’Euca­ristia è la manna dell’anima, non basta, essa è anche il sole di tutta la Chiesa. Come il nostro sole è quello che spande dappertutto la vita, la bellezza, l’allegria, (che sarebbe difatti del mondo, se il sole non sorgesse mai ad illuminarlo?), cosí l’Eucaristia è il sole della Chiesa, che spande dovunque sopra di lei vita, chiarore, bellezza, santità[9].

E ancora: “Iddio adunque si abbassa e si annichila cosí in questo Sacramento per poter entrar dentro di noi ed innalzare noi fino a Lui. Molti, dice s. Giovanni Grisostomo, van dicendo: come bramerei di veder la persona, la sembianza, le vesti del Redentore! E nol vedete per avventura, nol toccate, non vi pascete di Lui? ... (Egli vi dona tutto se stesso, non già perché lo veggiate soltanto, sibbene perché possiate toccarnelo, cibarvene, accoglierlo dentro di voi ...). E questi divini misteri, que­sta reale presenza, si nascondono, si conservano conti­nuamente nelle nostre chiese, e perciò quanto meritano di rispetto, non meno che i luoghi santi, la grotta dove nacque; e se dove sta il re, ivi è anche la sua corte, senza dubbio dobbiamo credere schiere di angeli invisibili assistere sempre venerabondi in esse e come a Betlemme cantavano “Gloria etc.”, cosí si può credere che anche nelle nostre chiese, fatte abitazione del medesimo Iddio, gli angeli innalzino il cantico di Betlemme, imperocché quel Bambino che nacque a Betlemme per glorificare il suo divin Padre e dar pace e salvezza al mondo, continua anche adesso il suo ministero allora incominciato[10].

Il quarto valore che troviamo nel messaggio del Beato Innocenzo è la cultura della misericordia e del perdono, di estrema attualità nel mondo di oggi contro l’indiffe­renza, la diffidenza nel rapporto, la competitività, la conflittualità sia a livello interpersonale che sociale e globale. Innocenzo da Berzo era infiammato dall’amore dei poveri e dallo zelo per la salvezza delle anime. Più cresceva in lui l’intensità di applicazione degli esercizi dello spirito, più ardeva in lui lo spirito apostolico e l’esercizio della misericordia.

Questo ispirare fiducia e speranza è stato una caratte­ristica del suo ministero apostolico e della sua predi­cazione. Di fronte alla tenacia della sua vita penitente, apparentemente introversa e tutta nascosta nel profondo e multiforme tessuto della sua interiorità, manifestava una ricchissima umanità, piena di grazia e di misericordia. Ed insieme una capacità di gentilezza e di gioconda amabilità che facevano quasi un contrasto alla sua austerità. Negli articoli interrogatorii p. Isaia da Gerenzano scriveva: “La tenerezza, la soave compassionevole propensione verso il prossimo formò una nota distintiva del suo stesso carattere naturale, manifestandosi vivissima in tutte le diverse età della sua vita, specie cogli infermi, coi deboli, coi poveri, coi peccatori”[11].

Questa pienezza di perdono e di misericordia Innocenzo da Berzo la contemplava e la proponeva attraverso la Madre di Dio, con parole piene di dolcezza e di consolazione, come queste: “Maria non castiga nessuno, non sgrida alcuno, neanche i peccatori, a tutti apre il seno della sua misericordia. Le sue viscere, che hanno generato la stessa misericordia, sono tutte viscere di misericordia; le sue mani, che hanno trattato la Misericordia Increata, sono un tesoro di misericordia per la grandezza delle sue beneficenze; i suoi occhi, avvezzi a mirar la Misericordia, non sanno che versar lagrime sopra le nostre miserie, anche verso i piú miserabili. Anzi Ella gode piú di un peccatore pentito a’ suoi piedi, che non di 99 giusti, e noi non possiamo concepire qual inesprimibile cordoglio rechi al suo cuore la perdita anche di un’anima sola... Che resta se non che, bisognosi della misericordia piú che dell’aria per vivere, con gran confidenza ci accostiamo a questo trono di misericordia? Venite adunque, prostriamoci dinanzi questa nostra Regina, diamoci a Maria, a cui ci ha consegnato il divin Figlio dall’alto della sua croce[12].

Il quinto e ultimo messaggio che ancora Il Fratino di Berzo lancia al mondo di oggi è l’urgenza della missione e della nuova evangelizzazione. Tutti i cristiani sono chiamati a vivere la fede, donandola, come messaggeri di Dio nel mondo. Innocenzo da Berzo era un eccellente catechista e un predicatore semplice e familiare che però muoveva i cuori. “Quando predicava - come depose un teste nei processi - traspariva dal suo volto un non so che di celestiale che lasciava in tutti una impressione profonda...Aveva grande desiderio e faceva molte preghiere per la conversione degli infedeli ed eretici e spiegava con grande chiarezza le verità della fede nei suoi discorsi familiari e nelle prediche”[13].

Egli lanciava il messaggio della santità a tutti i fedeli, piccoli e grandi: “Cristiani amatissimi, non solamente possiamo, ma dobbiamo anche esser santi. Dobbiamo temer Dio ed amarlo, osservar la santa sua legge, eseguir i nostri doveri, e non vi è scusa alcuna che sia valevole a dispensarcene, a meno che non vogliamo rinunciare alla beatitudine eterna”[14].

E infondeva speranza nell’impegno della testimo­nianza quotidiana: “Se servirete al Signore avrete la benedizione del Signore, la pace, l’allegrezza del cuore per il testimonio della buona coscienza, nei mali della vita troverete conforto offrendo i vostri patimenti a Gesù crocifisso e sperando da Lui un gaudio eterno[15].

È quindi un messaggio intenso e completo che il Beato Innocenzo lascia al mondo di oggi perché ritorni al raccoglimento, al silenzio alla contemplazione; ricuperi l’interiorità e la spiritualità, la preghiera e la religiosità della vita; coltivi l’amore a Cristo Crocifisso e metta al centro il mistero e la presenza dell’Eucaristia, con un affidamento filiale alla Madonna; e ancora cresca nella cultura della solidarietà, della misericordia e del perdono e ritrovi lo slancio della evangelizzazione missionaria.

Un messaggio, da un santo così umile e schivo, davvero esigente, davvero evangelico!



[1] Cf. Analecta O.F.M.Cap. 77 (1961) 346-351.

[2] Beato Innocenzo da Berzo, Tutti gli scritti. A cura di C. Cargnoni. Prefazione del card. Giovanni Battista Re. Roma 2002, p. XXXI.

[3] Tutti gli scritti, p. 521, 536s.

[4] Cf. R. Guardini, La coscienza, Brescia 2001, p. 60.

[5] Tutti gli scritti, p. 48.

[6] Ibid., p. 65.

[7] Ibid., p. LXXXIV.

[8] Ibid., p. 16.

[9] Ibid., p. 291.

[10] Ibid., 280s.

[11] Ibid., p. CXXXIV.

[12] Ibid., p. 440s.

[13] Ibid., p. LXXXIVs.

[14] Ibid., p. 397.

[15] Ibid., p. 667s.


 




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